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| Marina Lorusso |
| Paola Romano |
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di Franco La Regina
Il mio più grande rammarico è quello di non avere mai imparato a suonare la chitarra. Magari un semplice giro di do, per intonare “Bocca di Rosa” o il “Cantico Dei Drogati”. Qualche amico alle superiori si era offerto, aveva tentato di dedicarmi qualche ora, preso come ero però dagli avvenimenti del tempo, non riuscii mai a prendere confidenza con le cinque corde. Niente, rimase solo un sogno e ancora oggi qualche volta, mi capita di osservare la chitarra abbandonata da decenni e per la quale mi giocai una fortuna e quasi mi viene la voglia di riprenderla, chissà. Fu proprio la chitarra ad avvicinarmi a De Andrè. La ascoltai accompagnare canzoni sublimi, mai dimenticate, “fuori dal sacco” rispetto alla normalità: Via della Povertà, Si Fossi Foco, Un Giudice, e ascoltavo ipnotizzato, ammaliato. Non mi importava sapere chi fosse De Andrè e nulla mi interessava del suo essere “Anarchico”. La sua voce mi travolgeva, mi incantava. Quella sua difesa a tutti i costi dei poveri, dei disgraziati, degli oppressi, mi eccitava. Si giocava alla guerra fra soldatini sudisti e indiani, in quel tempo. Fu uno dei pochi a schierasi con i pelle rossa, Fu in quel periodo, grazie anche alle sue riflessioni, che decisi di schierarmi con chi ha da sempre subito i soprusi inenarrabili dei prepotenti, di qualsiasi razza e provenienza. Fu in quel tempo che capii e Fabrizio mi aiutò tantissimo che la guerra è “Business” a danno degli innocenti. Mi divertiva da matti schernire i “Capi” e lo facevo ogni volta che ne avevo l’occasione intonando il “Carlo Martello”. Era una rivincita seppure impercettibile nei confronti del potere. Fui uno dei primi a Potenza ad innamorarmi letteralmente di Fabrizio De Andrè. Ricordo però che non lo amavano in molti, troppo triste dicevano, troppo complicato quel “Tutti morimmo a stento”. Incomprensibile per molti “Il cantico dei drogati” e le mamme facevano il segno della croce con la mano sinistra quando intonavamo “Il Bombarolo” oppure “Via della Povertà”. Eravamo addirittura costretti a sostituire qualche parola sconcia, così capitava che specialmente alla presenza del Parroco, noi Ministranti, dichiaravamo solennemente che in “ Via del Campo c’è una ruffiana e non una puttana”.
Poi con il tempo, conobbi il De Andrè che non ti aspetti. Quello della “Buona Novella”, un capolavoro che meriterebbe di diventare un’opera teatrale. Il Cristo che diventa uomo come noi. Con tutte le nostre debolezze e le nostre vulnerabilità. La nenia di “Maria nella bottega del falegname” è un opera di altissimo pregio. Qualche mese fa, scopro le “Voci di Sally”. Sei splendide ragazze che amano cantare Fabrizio. Non mi interessa che esse cantino “La donna secondo De Andrè”; di certo, quando intonano Sally, Marinella, la Pioggia Genovese, Bocca di Rosa, lo fanno in maniera terribilmente accattivante. Sembra si esibisca la loro anima. Le dita di Marina alla chitarra toccano le corde più profonde. Il violino di Paola vibra di colori. Marien, al violoncello, parla con le note del cuore. Il clarinetto di Agnese soffia calde emozioni e Raffaella, al fagotto, suona di nuvole e leggende. Poi c’è Iole, la voce. Elegante nei gesti, dura e dolce, immensa. “Le voci di Sally” donne che continuano a cantare le loro storie.



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